Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche?

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Forse non sapete di cosa sto parlando, quindi vi dico subito che l’opera in questione in Italia è stata pubblicata con un altro titolo: Il Cacciatore di Androidi.

… niente? Ancora non ci siete arrivati? Eppure percepisco un’intuizione lontana e offuscata. Riproviamo: Blade Runner.

Ah! Ecco! Ci siamo sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, eh? Bene, possiamo iniziare.

Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? è uno dei libri più famosi di Philip K. Dick assieme ad altre sue opere come L’uomo nell’Alto Castello (ignoriamo l’orrendo titolo affibbiatogli nel nostro paese La Svastica sul Sole) e Ubik.

Pubblicato nel 1968 e reso famoso in tutto il mondo a partire dal 1982 dalla pellicola di Ridley Scott, è un romanzo noir ambientato in un futuro distopico che ha contributo a plasmare il genere della fantascienza.

Serve però una premessa: il film ed il libro sono due opere a sé stanti con ambientazioni e personaggi molto diversi che condividono solo il nome (e in alcuni casi neppure quello); di conseguenza non c’è pericolo di annoiarsi leggendo il manoscritto.

Fin da subito la trama si distacca da quella della pellicola, mantenendo in comune solamente l’obiettivo del protagonista: “ritirare” gli androidi, che tradotto significa uccidere i replicanti.

Ma cos’è un androide?

Domanda difficile a cui dobbiamo subito dar risposta, prima di continuare con questa analisi.

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Purtroppo Dick non è Isaac Asimov e delle premesse scientifiche gliene frega poco, quindi si concentra più sulla natura artificiale che sulla consistenza fisica degli androidi; di conseguenza si limita a dire che sono robot esteriormente simili agli uomini. Non è dunque chiaro come siano prodotti, ma a quanto si deduce dal libro al loro interno possiedono macchine e circuiti; nel film, invece, possiedono una natura mista di biologico e sintetico.

Ciò che conta nel romanzo è la loro psiche, in grado di imitare le emozioni umane ma non di comprenderle. La loro capacità di ragionamento è superiore a quella dell’uomo, ma non riesce ad elaborare le informazioni emotive alla stessa velocità perchè invece di sorgere spontanee sono frutto di ragionamenti e decisioni simili a quelle di un pc che deve scegliere l’operazione più consona da compiere.

Mere repliche umane, nulla di più.

Detto questo dedichiamoci alla trama.

Trama (senza spoiler)

Siamo nel 1992. La Terra è devastata dalle conseguenze di una guerra nucleare e gran parte dei sopravvissuti si è trasferita nelle Colonie Extramondo. I rimanenti vivono tra le radiazioni subendo un progressivo processo di deterioramento che porta alcuni all’infertilità, altri all’instupidimento.

La tecnologia che ha permesso la colonizzazione di altri pianeti è progredita a tal punto da permettere la produzione di androidi, copie artificiali di esseri umani sfruttate per i lavori pesanti. Tuttavia, visto i continui progressi nel loro sviluppo che li hanno resi sempre più simili agli esseri umani sono stati banditi dalla Terra, pena la morte.

Il protagonista della vicenda è Rick Deckard, funzionario di San Francisco che agisce come cacciatore di taglie. Vive con sua moglie in un condominio aspirando all’acquisto di un animale vero, esemplari divenuti molto rari per via delle radiazioni e dal costo proibitivo; tutto ciò che può permettersi, però, è un replicante dall’aspetto di una pecora.

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L’arrivo di otto androidi del più avanzato modello,il Nexus 6 (non quello della Google però), provenienti dalla Colonia di Marte, gli offrono la possibilità di accumulare abbastanza denaro da realizzare i suoi sogni, ma l’impresa sembra essere più ardua del previsto dal momento che un suo collega molto più esperto (il migliore della città) è stato ferito gravemente durante uno scontro con uno di loro.

Dovrà quindi individuare ed affrontare gli androidi più pericolosi che abbia mai incontrato e per farlo dovrà recarsi alla Rosen Industries, l’azienda produttrice dei Nexus, per verificare se il test di riconoscimento è ancora efficace. E’ qui che incontrerà Rachel Rosen, la nipote del capo dell’azienda dall’età giovane ma dal carattere forte.

Contemporaneamente si svolgono le vicende di John R. Isidore, uno dei cosiddetti “cervelli di gallina”, ovvero un essere umano dai geni mutati dalle radiazioni e dalle facoltà mentali inferiori al limite minimo consentito per la migrazione sulle Colonie Extramondo. Lui e gli altri “speciali” vivono isolati e disprezzati dalla società, costretti a vivere ai limiti della città tra i numerosissimi edifici abbandonati, in solitudine.

E’ nel suo palazzo che conosce Pris, uno dei Nexus 6 a cui Rick sta dando la caccia; se ne innamora immediatamente, ma l’androide non corrisponde i suoi sentimenti e decide di sfruttarlo per ospitare gli altri suoi amici, nella speranza di sfuggire ai cacciatori di taglie.

Isidore conoscerà dunque un po’ alla volta la natura degli androidi, esseri dall’aspetto ammaliante ma dall’animo oscuro, perverso, incapace di distinguere il bene ed il male.

Ambientazione

Chi di voi ha visto il film (spero tutti) si è già accorto della grande diversità nel background: la guerra atomica. Mentre nella pellicola non si accenna mai a polveri radioattive o alla conseguenze estinzione di quasi tutte le forme animali, qui è fortissimo il peso degli effetti dello scontro avvenuto anni prima (chiamato l’ultima guerra mondiale).

L’ambientazione è quindi post-apocalittica, con estesi territori resi desertici e spazzati continuamente da tempeste di polvere radioattiva e città quasi del tutto abbandonate, gusci di cemento vuoti e silenziosi.

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I sopravvissuti abitano interi piani di enormi palazzi e, mentre alcuni aspirano all’abbandono del pianeta morente, altri non riescono a staccarsene poichè legati in quale modo al loro luogo di origine.

La presenza degli androidi animali è marcata e tutti sembrano possederne almeno uno, ma spesso sono solo tiepide imitazioni del corrispettivo animale, venduto a prezzi esorbitanti e sfoggiato con orgoglio davanti ai propri vicini.

Lo stesso Rick sogna di possedere una cavalla o una civetta, ma deve accontentarsi di una semplice pecora elettrica (quella del titolo) che si limita a nutrirsi e a simulare belati.

La tecnologia ha portato tutti i cittadini a munirsi di modulatori di umore, dispositivi capaci di regolare lo stato emotivo dei loro possessori come un telecomando. Questo li porta a nutrire un rapporto curiosamente distorto con questa tecnologia, che viene usata seguendo una dettagliata agenda giorno dopo giorno passando da “atteggiamento professionale” a “consapevolezza delle molteplici possibilità che si aprono davanti al futuro”; tuttavia viene usato non solo per provare sensazioni piacevoli ma anche stati depressivi o auto-accusatori, con tanto di timer per uscirne automaticamente senza rimanerne vittima.

Oltre ai modulatori di umore esiste anche un altro dispositivo che ogni abitante possiede e dalla funzionalità socio-religiosa: la scatola empatica, che proietta l’utente alle spalle di un uomo, Wilbur Mercer, una sorta di profeta che arranca lungo una salita eterna mentre degli sconosciuti gli tirano delle pietre alle spalle. Talvolta capita che un sasso colpisca l’utilizzatore, ferendolo, mentre in altri momenti si sente in sintonia con le altre persone connesse all’apparecchio, provando empatia e condividendo le emozioni del momento.
Questo strumento è inaccessibile agli androidi, che non possono utilizzarlo e che per questo vengono categorizzati come “senza capacità empatiche”.

I vestiti comprendono corazze di piombo per proteggersi dalle polveri radioattive e le armi torce laser, senza però sostituire completamente le armi da fuoco ancora possedute da agenti e cacciatori di taglie.

 

I mezzi di trasporto sono principalmente automobili volanti.

Differenze tra libro e film

Premetto che da qui in avanti sarà sempre valido un Allarme Spoiler, cosa piuttosto ovvia ma che ci tengo a sottolineare.

La prima e più importante differenza è la natura degli androidi: mentre nel film sono creature capaci di provare emozioni, temere la morte e ricercare il significato della vita così come lo è l’uomo, nel romanzo sono invece macchine fredde e prive di scrupoli, affascinanti ma soprattutto inquietanti.

Basta questo estratto per comprendere di cosa sto parlando:

(E chi la trova la voglia di copiare tutto questo testo?)

E’ difficile quindi immedesimarsi negli androidi, come può accadere nel film; certo, a meno che non siate degli psicopatici e allora vorrei farvi qualche altra domanda…

Un’altra importante differenza che riguarda gli androidi è Rachel: non è, come nel film, una fragile ragazza vittima delle proprie emozioni artificiali ma l’ennesimo androide disposto a tutto per il proprio scopo; nel suo caso specifico, ad usare il proprio corpo per fermare i cacciatori di taglie, come farà con Rick in uno squallido rapporto adultero da motel.
Tutta un’altra storia è il rapporto romantico che si sviluppa tra i due nel film, dettato dalla passione e non dalla libido.

A proposito di Rick, diciamo che Harrison Ford non sarebbe il corrispettivo ideale del personaggio emerso dal libro: umano, troppo umano. Stempiato, fuori forma, goffo e vittima delle proprie turbe emotive, è tutto il contrario di un duro cacciatore di taglie. Rappresenta per l’appunto l’incertezza tipica dell’uomo, con i suoi dubbi e le sue paranoie che gli impediscono di compiere il proprio lavoro, cosa che ad un androide non capiterebbe mai.

E’ diverso anche il suo backgroud: ha una moglie verso la quale nutre un duplice rapporto di amore ed odio, corrisposto da entrambi i lati. Vivono insieme ma mal si sopportano e, allo stesso tempo, cerca di farla stare bene (e far star bene se stesso) stuzzicandola con l’idea di acquistare un animale vero.

Anche nel film gli animali “naturali” sono assenti, ma non viene spiegato il motivo mentre qui, come ho già detto, è una conseguenza delle polveri radioattive. Quindi le creature artificiali prendono il loro posto come animali da compagnia, ma senza colmare il vuoto emotivo che potrebbe riempire un essere caldo e affettuoso come un gatto o un cane.

Non sono solo gli animali ad essere spariti; anche il resto del mondo sta perdendo la sua forma, tramutandosi in “palta”, marcendo, sgretolandosi nelle sue semplici molecole e venendo ricoperto da polvere e sabbia.

Per sopravvivere gli uomini devono andarsene nelle Colonie Extramondo, posti duri dove gli androidi sono schiavizzati per permettere la sopravvivenza dei loro creatori e padroni; questo però non sta bene alle macchine, che si ribellano e cercano di fuggire sulla Terra, dove però vengono “ritirati” (ovvero giustiziati) prima di potersi mescolare tra gli esseri umani, confondendosi tra loro e risultando indistinguibili se non per mezzo di speciali test psicologici che analizzano in parte le risposte a dilemmi etici e morali ma, soprattutto, la velocità di risposta che indica un’elaborazione della stessa e non un’indole spontanea; appaiono empatici, ma è solo un trucco dal momento che non comprendono il valore della vita.

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Questa immagine è tratta dal fumetto della BOOM! Studios

L’incapacità di provare empatia degli androidi preclude loro l’utilizzo delle macchine empatiche, strumenti che nel film non appaiono ma che nel libro hanno molta rilevanza: sono allo stesso tempo strumento di fede religiosa e di fede scientifica, permettendo agli uomini di sentirsi diversi dalle macchine da loro costruite ma anche di trovare conforto in una figura mistica che prende il nome di Wilbur Mercer.
Questo personaggio appare nel libro dinanzi a Rick nei momenti di difficoltà e lo aiuta a sconfiggere le proprie paure; eppure la sua stessa esistenza viene messa in dubbio da un servizio televisivo, che in seguito si rivela esser stato condotto da un androide, che funge quasi da controparte malvagia di questo profeta.

Tutto questo tema religioso non ha trovato spazio in una pellicola già di per sé molto carica e rende il libro un’opera totalmente diversa dai contenuti più riflessivi e filosofici.

Tra tutte queste differenze non posso non sottolineare il fatto che il magnifico monologo del replicate Roy pronunciato alla fine del film non ha nessun corrispettivo nel libro, essendo un’idea dell’attore Rutge Hauer. Diciamo che nel libro manca… l’epicità!

Contenuti

Rick si ritrova più volte ad analizzare la propria condizione di essere umano, a cercare di comprendere le differenze tra sè e gli androidi e a mettere in dubbio la propria natura. Ipotizza persino in numerosi capitoli di essere un androide, ma in seguito ad un test ottiene l’ennesima prova della propria umanità (cosa che nel film non accade).

Con le proprie riflessioni giunge a rinunciare alla propria carriera di cacciatore di taglie, divenuto ormai incapace di uccidere creature del tutto simili a lui eppure così diverse; tuttavia è costretto a portare a termine l’incarico e ad affrontare gli ultimi androidi rimasti a discapito del proprio equilibrio interiore.

Dopo essere andato contro la sua nuova natura si ritrova esausto e tramortito e deve riavvicinarsi alla Terra per ripristinare il proprio istinto di auto-sopravvivenza; questo per mezzo di un rospo che si scopre invece essere un androide.
La scoperta però non lo sconvolge e, al contrario, consolida il suo nuovo equilibrio, con la nuova consapevolezza che anche la vita artificiale è una forma di vita.

Sfiora dunque temi filosofici molto alti, come avviene quando Isidore, quasi un ritardato, accetta senza difficoltà il valore dell’esistenza degli androidi; dovrà poi rivalutare le sue considerazioni nell’episodio del ragno, ma sempre rimanendo in qualche modo legato a loro come a degli amici.

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Del tema religioso ho già parlato poco fa, mentre di quello romantico non c’è nulla da dire essendo quasi assente nel cartaceo; al suo posto vi è l’inseguimento delle pulsioni umane, del “voglio” e del “me lo prendo” che caratterizza l’istinto animalesco degli esseri umani: Rick soddisfa un desiderio ignorando le proprie considerazioni sul peso di tale gesto e sulle sue conseguenze perché ha deciso che lo desidera e questo avviene sia per il suo appetito sessuale che per il desiderio di possedere un animale vero, nello specifico una capra (un incauto acquisto vero e proprio, visto che si indebita per averla).

Rimarrebbero altre tematiche da discutere, ma questo articolo è già abbastanza lungo per cui direi di tirare le somme.

Conclusione

Mentre il film segue una narrazione a tratti lenta e a tratti molto sostenuta, con inseguimenti e scontri a fuoco, nel libro il tutto assume un aspetto più riflessivo, psicologico.

Alle maestose rappresentazioni e scenografie nel film non trova spazio la descrittiva di Dick che si concentra sui contenuti e non sulla forma.

I personaggi non sono classici nel libro, caratteristici del genere noir quali il duro detective e l’intrigante dark lady: sono rappresentazioni della debolezza umana e della freddezza artificiale, con analisi dettagliate della correlazione tra l’una e l’altra.

Dunque appartengono a due generi diversi, di intrattenimento e di apertura mentale, intersecandosi però tra loro per mezzo delle tematiche più importanti come la grande domanda:

Cosa rende un uomo un uomo?

E non provate a rifilarmi un 42 come risposta, perché qui non ci sta.

Personalmente ho apprezzato molto di più il film, che rimane se non il mio preferito almeno uno dei cinque che amo di più; ho però apprezzato molto la lettura del libro che mi ha offerto molte altre facce da osservare del prisma chiamato Blade Runner, intricando il contenuto del film con i temi del romanzo e viceversa.

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Poi c’è da dire che la diversa natura degli androidi mi ha colpito, quasi frastornato, ma non l’ho accolta negativamente. Certo, mi sarebbe piaciuto incontrare di nuovo il Roy che conosco e apprezzo ma di contro mi è stata presentata una Pris più complicata, ambigua, interessante.

Invece è stato inizialmente deludente il protagonista, così flaccido e incapace rispetto a quello di Ford, ma poi ho compreso che è stato proprio questo a dare valore al libro e ho cambiato parere.

Insomma, il mio non è un consiglio di lettura agli amanti di Blade Runner quanto piuttosto a quelli delle grandi riflessioni e dell’autocritica.

Volete mettere in discussione la natura umana? Leggete Il Cacciatore di Androidi.

 

Ma ora mi chiedo: sono l’unico che l’ha letto o altri tra voi hanno acquistato il romanzo? E l’avete conosciuto prima o dopo la pellicola?

Fatevi avanti e dite la vostra!

Oppure preferireste un portafogli di pelle di serpente?

 

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22 pensieri su “Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche?

  1. Anch’io L’ho letto ed ho l’edizione Fanucci con il titolo originale. Mentre per l’uomo nell’alto castello ho quella con il titolaccio… Dick è uno dei miei scrittori preferiti le domande che mi pongo attraverso i suoi libri sono molto molto riflessive a cui non è mai banale rispondere. Detto questo trovo che il film di Scott sia il più bel film di fantascienza mai girato l’incontro tra Roy e il suo creatore e l’apoteosi della ricerca umana di dio e del fallimento delle preghiere e di tutti i culti monoteistici. Il suo assassinio è la drammatica conclusione di questa fallimentare ricerca. Si questo è uno dei casi in cui il film mi è piaciuto di più. Infine complimenti per il lavoro che hai fatto per scrivere questo post.

    • Anch’io ho cercato appositamente il libro con il titolo originale, disgustato all’idea della trovata commerciale di piazzare in copertina uno scorcio del film con titolo cinematografico annesso; sono due cose diverse. Allo stesso modo mi sono dovuto accontentare per l’altro romanzo, con un titolo assai fuorviante.
      Conosco da poco Dick, ma sono totalmente d’accordo con ciò che dici. Mi è successo spesso, durante la lettura, di dover chiudere il libro per fermarmi a pensare, riflettere, elaborare i concetti analizzati o, talvolta, anche solo accennati dall’autore, a inventarmi possibili risposte per le mie stesse domande senza trovarne di soddisfacenti, rimettermi a leggere, fermarmi di nuovo perché (accidenti!) volevo una risposta che mi stesse bene! Scrive libri molto introspettivi, ma allo stesso tempo analizzano esternamente la realtà che ci circonda sfruttando ambientazioni al limite del reale per permettere, paradossalmente, una maggiore immedesimazione.
      (che diavolo ho scritto?)

      Hai ragione, non ho neppure accennato a quella scena nell’articolo su Blade Runner eppure è qualcosa di estremamente filosofico. Forse concorderai se cito: “Dio e morto, ed io e voi l’abbiamo ucciso”. Non sono sicuro sia esatta, ma a memoria la ricordo così.

      Lieto di vedere che la pensi come me sulla magnificenza di una pellicola e sulla sua incredibile capacità di porsi al di sopra della trama originale.

      Ti ringrazio, è stato un lavoraccio ma penso che lo sia stato anche leggere tutto quanto, eh? Ahah!

  2. GenioChiara ha detto:

    Io ho letto un sacco di libri di Dick, uno dei miei autori preferiti. E pensare che moltissimi film di fantascienza prendano spunti dalle sue idee. Vedi Blade Runner, il cui titolo originario ovviamente non avrebbe avuto tanto eco nel tempo, non nelle arti visive del cinema. Ma il titolo originale? Meraviglioso! Ho messo da parte questo genere a favore di altri più sociali, ma la fantascienza e Dick in generale spaccano!

    • Io per adesso ho letto solo due libri, ma ho in progetto di procurarmene altri nell’immediato futuro. Quale mi consiglieresti come terzo? (il primo è stato L’Uomo nell’Alto Castello)
      Sulla scelta dei titoli cinematografici ci metto il naso solo quando si tratta di traduzioni, per gli adattamenti è più difficile e, in questo caso, non posso che darti ragione.
      La fantascienza è veramente un filone narrativo affascinante ed esplorare i più grandi autori del genere è ciò che di meglio io possa fare per tuffarmici; non per niente, accanto a Dick, sto leggendo anche Asimov; alterno questo genere con il fantasy, altro che mi è assai caro… tutto il contrario della tua scelta di passare a categorie più vicine al sociale!

    • Sono deluso, ma non stupito. Purtroppo viviamo in un mondo in cui non tutti hanno visto Blade Runner. Forse, ma non ne sono sicuro, il nostro è proprio l’universo parallelo in cui la maggior parte della popolazione non ha visto questa pietra miliare del cinema fantascientifico!
      Ti consiglio vivamente, caldamente, con entusiasmo (e con una minaccia…) di porre rimedio a questa spaventosa lacuna. Dopotutto sono solo due ore scarse. Una sola raccomandazione: guarda la versione Director’s Cut o la Final Cut, non l’originale con scene tagliate e modificate dai maledetti produttori.
      Esatto, sto dando per scontato che guarderai il film.
      Riguardo al libro, te lo consiglio, ma non caldamente quanto la pellicola che è un vero e proprio capolavoro.

    • Mh, ad essere sincero in questo momento non sono sicuro neppure io che nel libro li chiamassero in quel modo ma punterei sul no, se dovessi scommettere.

      Gran bel libro! Mi piace soprattutto l’ambientazione inversa e le supposizioni di Dick su “come sarebbe se…”, ma purtroppo si è dedicato più alla trama che ai dettagli; purtroppo e per fortuna, visto che lascia spazio all’immaginazione.

  3. Conosco il libro e purtroppo non l’ho letto! (argh!). Ogni volta che andavo in libreria dicevo: “Se lo trovo, lo prendo” e ogni volta che ci andavo lo trovavo? Per niente! Ho capito che per averlo tra le mie grinfie, dovrò ordinarlo. Ottimo articolo, Pakap!

    • Eh già, ho tentato anch’io la strada fisica, poi sono dovuto passare a quella virtuale per ottenerlo dal momento che non era neppure ordinabile…
      Grazie per il sostegno!

  4. Sono tra coloro che hanno conosciuto il libro solo dopo la pellicola, con tutta l’immediata delusione che consegue dal paragone diretto tra i due.
    Solo col tempo e il passare degli anni ho imparato a conoscere meglio la mentalità sin troppo complessa di Dick, che spinge a oltranza l’elemento psicologico delle sue opere al punto da rendere tutto il resto una cornice (basti pensare all’ottimo ma confusionario “Scorrete lacrime disse il poliziotto”, che si chiude con un deus ex machina di dimensioni titaniche).
    Purtroppo non tutti sanno quanto la mente di Phillip K. Dick fosse confusa durante la stesura di alcune opere tra cui il suddetto “Scorrete lacrime[…]” e la cosiddetta “Trilogia di Valis”, dove presenta un personaggio/macchina che aveva cominciato a credere reale.
    Per scoprire meglio la mentalità complessa e le idee brillanti di Dick, il modo migliore è leggere “Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni”, in Italia pubblicato da Feltrinelli nella raccolta -introvabile- “Se vi pare che questo mondo sia brutto”.
    Sul film hai detto tutto tu con un’ottima analisi articolatissima, ma visto il tuo gradimento di estetiche e temi ti consiglio di mettere le mani su una versione, anche emulata e fan-translated, di Snatcher, gioco di avventura ispiratissimo a Blade Runner, con spruzzate di Neuromante e Terminator, opera dell’Hideo Kojima di Metal Gear-esca memoria.

    • Della crescente follia di Dick ho sentito parlare più volte, ma non ho mai indagato su quanto essa fosse relazionata alle sue opere. Cercherò questo “Come costruire…” sul web, magari è più facile trovarlo che all’interno della raccolta.
      Ho fatto del mio meglio, ti ringrazio di aver dedicato del tempo alla lettura e alla stesura del commento.
      Proverò questo gioco che a prima occhiata sembra molto più che ispirato da Blade Runner; non sapevo nulla della sua esistenza, né della sua relazione con Kojima.
      Sul fronte letterario, forse mi spingerò verso questa trilogia con cautela (sono già impegnato con altre saghe), più probabilmente darò la precedenza ad un’altra opera a sè stante. Il Neuromante, invece, mi attira molto di più perché non avevo neppure mai letto la trama, fino ad oggi, ma il titolo mi era famigliare.

  5. Mebimeka ha detto:

    Grandissimo articolo, hai veramente reso giustizia a uno dei capolavori di Philip K Dick! L’ho letto e l’ho apprezzato un sacco! Sono anche andato a trovare le differenze tra il libro e il film di Ridley Scott —> http://bit.ly/1Hl78jc! Passa a dare un’occhiata e dimmi consa ne pensi, il punto di vista di un appassionato fa veramente la differenza! 🙂 Complimenti ancora per l’articolo!

    • Ti ringrazio molto, sono quasi in imbarazzo! Ahah!
      Passo molto volentieri a leggere il tuo articolo; se si tratta di parlare di cose come futuro, distopia e androidi sono sempre molto motivato.

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